Attraversiamo la Val di Merse il primo giorno dell’anno nuovo, nel pieno di quel periodo che i romani identificavano con il solstizio d’inverno. E venendo da Chiusdino, tra campi silenziosi e boschi popolati di leggende, incontriamo il bivio per arrivare al complesso di San Galgano, antico complesso cistercense in una pianura in mezzo a campi che in estate si colorano di mille papaveri rossi e di grano dorato. Impossibile non chiedersi se in queste terre a sud-ovest di Siena, non viva ancora lo spirito dei monaci che a suon di “ora et labora” scandivano le proprie giornate tra preghiere e duro lavoro nei campi.

Colpisce come uno schiaffo San Galgano. Dopo l’ultima curva inizia un viale di cipressi e in mezzo al nulla compaiono quei ruderi col tetto di stelle

Giriamo l’ultima curva dell’unica strada che attraversa questa campagna apparentemente sterminata ed in fondo al viale di cipressi ecco l’Abbazia di San Galgano, che ti colpisce come uno schiaffo in piena faccia. Come quando dal sogno passi bruscamente alla realtà.

San Galgano: tetto di stelle ed archi rampanti

Sovrasta l’Abbazia l’Eremo di Montesiepi, in cima al colle in cui il cavaliere Galgano piantò la sua spada e intraprese la vita religiosa

In quel tetto crollato, nelle portentose mura rimaste in piedi, nello scheletro delle colonne e degli archi rampanti, nel rosone ancora finemente cesellato tutto ci parla di segreti ancora gelosamente custoditi. Di un momento che ci sembra sospeso. Un’atmosfera onirica dove il tempo è scandito dal battere d’ali degli uccelli e dal lento incedere dei gatti. Ti chiedi dove sei, se in cielo, in terra o semplicemente in un sogno. L’intera zona dove sorge l’Abbazia di San Galgano è un luogo da visitare assolutamente, per non perdersi l’immersione in un sogno i cui confini si confondono con la realtà…

Arriviamo alla chiesa a piedi, dopo aver percorso un viale bordato da due lunghe fila di cipressi. La chiesa appare come un animale ferito, scheletro scarno di pietra e mattoni, sicuramente più suggestiva dall’interno che dall’esterno. Attraversiamo il vecchio porticato di cui non resta che un angolo di eleganti colonne e varchiamo il massiccio portone della Canonica, dove acquistiamo il biglietto in una sala decorata da affreschi, che ospita spesso mostre di pittura di artisti e fotografi locali. Attraversiamo la sala capitolare ed il refettorio dei monaci cistercensi costruttori dell’Abbazia: ambienti silenziosi e bui che sembrano preparare l’animo all’ingresso in chiesa, come dalle quinte al palcoscenico. Pare un percorso dalle tenebre verso la luce, lo spazio aperto, l’immensità.

L’interno dell’Abbazia è suggestivo tanto quanto mostrano le fotografie che trovi sul web: il rosso sbiadito dei mattoni si mescola al bianco-grigiastro del travertino in un contrasto fortissimo col cielo azzuro sopra di noi. Chissà come deve mostrarsi di notte la chiesa, illuminata con luci suggestivamente posate alla base delle colonne…

Tra tante cose che ci rimarrano sempre impresse di questo luogo ci colpisce il silenzio, il senso mistico di questa chiesa semi-distrutta, interrotto solo dal volo degli uccelli, dal fruscio del vento e dai passi dei pochi visitatori che fa da sfondo al nostro incedere nella navata. Ci soffermiamo per un momento all’altare, rozzamente assemblato di capitelli e pezzi di marmo rubati alla chiesa eppure in realtà elegantissimo nel suo essere l’unico arredo di questo tempio. Gli archi rampanti, che sembrano sorreggere la volta celeste e correre verso l’infinito ed i decori alle finestre, quelle piccole cesellature che sembrano realizzate ieri, interrotte da qualche cataclisma improvviso. Un brivido d’emozione ci percorre la schiena mentre ci aggiriamo nella chiesa, come il senso di qualcosa che abbiamo dimenticato: che potenza e che energia si cela tra le mura di questo luogo!

Camminiamo all’inverso fino all’imbocco della navata centrale. Le alte finestre mostrano la campagna circostante ma a quell’altezza ben poco si può scorgere, giusto l’Eremo di Montesiepi è in posizione perfettamente allineata alla chiesa, come un vegliardo sul monte. Da qualche parte abbiamo letto che da una delle prime finestre di sinistra della navata si possa ammirare un curioso allineamento della luce nei giorni di solstizio, che ha come schermo e “meridiana” proprio l’Eremo. Ma aspetta un attimo, questa è un’altra storia che ti raccontiamo nell’articolo che trovi qui sotto…

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