I.G.T., D.O.C., D.O.C.G., I.G.P., D.O.P.
Una vera e propria valanga di sigle che sottintendono certificati di autenticità.
Ci imbattiamo in esse ogni volta che portiamo in tavola una bottiglia di vino italiana. E molto spesso si danno per scontate dal punto di vista di chi le produce, vende e racconta. Ma come riuscire ad orientarsi consapevolmente nella giungla criptata delle denominazioni, possibilmente senza uscirne ancor più confusi di prima? Una domanda apparentemente banale, in realtà da non sottovalutare visto che ora come mai prima il vino si sta dimostrando argomento capace di coinvolgere proprio tutti: eventi, degustazioni, anteprime si moltiplicano così come il pubblico, sempre più interessato ad approfondire e comprendere il vino così come a sceglierlo con consapevolezza.

É proprio questo rinnovato interesse di pubblico che ha in noi sollevato questa domanda: quando abbiamo iniziato a girare ci siamo domandati come avremmo potuto introdurre il valore di una denominazione, come spiegarla in maniera semplice a chi ci avrebbe letto o ascoltato senza ricorrere a tecnicismi e “parole difficili”. Tanto più se alla vigilia dell’ingresso di una nuova normativa europea che ha cambiato ancora una volta le regole in tavola. Qui abbiamo cercato di sintetizzare in breve i “fondamentali” della vecchia legislazione italiana ovvero le dizioni che ancora troveremo in ogni etichetta, almeno sino alla definitiva modifica.

Enoteca Italiana di Siena, esposizione
Enoteca Italiana di Siena, esposizione – ItalyzeMe CC BY-NC-ND 2.0

Prima regola: una qualsiasi delle sigle riportate nell’etichetta della bottiglia corrisponde all’ “attestato di cittadinanza” del vino

L’attestato di cittadinanza della tua bottiglia

Partiamo da un assunto: le lettere puntate che troviamo sulle etichette hanno tutte lo scopo di garantire la provenienza del vino, non di dichiarare l’ottima qualità o il gusto straordinario di ciò che contiene la bottiglia. Facendo un semplice paragone potremmo dire che una qualsiasi delle sigle riportate sull’etichetta della tua bottiglia corrisponde all'”attestato di cittadinanza” del vino che stai per gustare. Un po’ come dire: “Il tal vino proviene effettivamente dal tal luogo, firmato: lo Stato Italiano”.

La denominazione di origine si lega al rispetto di un testo (disciplinare di produzione) che stabilisce come quel determinato vino deve essere prodotto

Com’è fatto e con che è fatto il vino: il disciplinare 

Per poter beneficiare di una delle diciture in etichetta – cui corrisponderà anche una fascetta colorata sul collo della bottiglia – ogni produttore deve provare che il suo vino si attiene ad una specifica normativa che disciplina i parametri da rispettare, il “Disciplinare di produzione“, differente per ogni tipologia di vino ed ogni zona. Questo serve a garantire al consumatore l’autenticità del vino che ha tra le mani, pertanto è un testo assai ferreo che stabilisce:

  1. il nome della denominazione (es: Nobile di Montepulciano);
  2. i confini dell’area in cui il vino deve essere prodotto;
  3. le caratteristiche chimiche ed i gradi alcolometrici che il vino in questione deve rispettare;
  4. i vitigni con i quali è possibile produrre il vino e le percentuali ammesse;
  5. alcune caratteristiche del vino (rapporto uva/ettari, metodo di allevamento della vite, caratteristiche del terreno e dell’ambiente ecc.).
Anteprima del Vino Nobile di Montepulciano DOGC, Assaggio dell'Annata 2013
Anteprima del Vino Nobile di Montepulciano DOGC, Assaggio dell’Annata 2013 – ItalyzeMe CC BY-NC-ND 2.0

La piramide dei vini italiani

Vini da tavola, I.G.T., D.O.C. e D.O.C.G. quindi le sottozone di produzione. Questa è la classica piramide crescente dei vini italiani fino alla revisione da parte dell’UE

Per semplificare la comprensione di tutte le denominazioni italiane, abbiamo realizzato una piramide dalla facile lettura. Al gradino più basso trovi i Vini da Tavola cioè tutti quei vini che non sono vincolati al rispetto di uno specifico disciplinare e dunque variano in uvaggio, zone di allevamento della vite e caratteristiche chimico/fisiche. Sono i vini più vari, così accade che tu possa trovare un vino da tavola bianco prodotto a Montepulciano così come un rosso da tavola nel cuore del territorio di produzione della Vernaccia: sovente accade che sono anche dei buoni prodotti ed il fatto che non abbiano fascetta non deve condurci a pensare che debbano per forza non essere validi!

Se saliamo di un gradino incontriamo gli I.G.T.: vini che provengono da uve coltivate da almeno il 20% dei viticoltori di quella specifica zona e che sono rappresentativi di almeno il 20% della superficie individuata dai confini di produzione espressi nel Disciplinare, donde il nome “Indicazione Geografica Tipica”. É forse più questo l’esempio che incarna alla perfezione ciò che ti ho detto prima: a proposito, sapevi che il mitico Tignanello è un IGT?! Certo perchè è prodotto da uve Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc.

Salendo ci accorgiamo che ottengono il titolo D.O.C. (“Denominazione di Origine Controllata”) quei vini provenienti da zone già considerate I.G.T. da almeno cinque anni purchè la zona rappresenti almeno il 35% dei viticoltori e della superficie totale. Come anche il Sassicaia, che prima fu un celebre esempio di I.G.T., poi passato a D.O.C. Infine possono fregiarsi del massimo riconoscimento, il titolo D.O.C.G. (“Denominazione di Origine Controllata e Garantita”) quei vini già D.O.C. da almeno dieci anni, purché rappresentino oltre il 50% dei vitigni e dei viticoltori della zona di riferimento, proprio come Nobile, Brunello e molti altri celebri vini italiani!

Piramide delle denominazioni del vino italiano
Piramide delle denominazioni del vino italiano – ItalyzeMe CC BY-NC-ND 2.0

La menzione della sottozona non significa nulla in termini legislativi: è una libera scelta del produttore

Al vertice della piramide stanno i vini dai massimi riconoscimenti (D.O.C. e D.O.C.G.) nei quali è indicata la sottozona di produzione, sia essa il nome del Comune, della Frazione, del Podere, della Fattoria oppure della Vigna dalla quale provengono le uve. Si tratta di una libera scelta del produttore che non da adito ad alcuna menzione di merito ma vuole solo significare, in termini di comunicazione da parte di chi lo produce, una maggiore attenzione alla selezione ed alla diversificazione del vino. Insomma, un qualcosa in più che ci comunica molto ma che spesso può anche non essere presente e non per questo farci cadere nell’errore che i vini che degustiamo siano meno buoni o validi degli altri, questo mai. Ricordatelo sempre al prossimo assaggio!

Il servizio
Il servizio – ItalyzeMe CC BY-NC-ND 2.0

Le modifiche dell’Unione Europea

Recentemente l’Unione Europea, con l’intento di semplificare la giungla di sigle diverse in ogni paese membro, ha introdotto due macrocategorie: I.G.P. e D.O.P.

Oggi l’Unione Europea, con l’intento di semplificare questa giungla di sigle, ha introdotto due macrocategorie: I.G.P. (“Indicazione Geografica Protetta”) e D.O.P. (“Denominazione di Origine Protetta”). Entrambe seguono gli stessi principi fondamentali delle sigle italiane ma la prima categoria è molto meno restrittiva della seconda in termini di uvaggio: vi rientrano tutti quei vini in cui viene utilizzato un massimo del 15% di uva proveniente da vitigni o zone non indicate nel rispettivo disciplinare. Con riferimento alle categorie italiane ci riferiamo agli I.G.T. ed ai Vini da Tavola. Rientrano invece nella D.O.P. europea le categorie italiane D.O.C. e D.O.C.G.

Brocca di Vino Bianco
Brocca di Vino Bianco – ItalyzeMe CC BY-NC-ND 2.0